Ti-Puss: l'India attraverso gli occhi di una gatta

Saggi e narrazioni

Ti-Puss: l'India attraverso gli occhi di una gatta

Nei primissimi anni Quaranta, mentre in Europa infuriavano i venti di guerra, la più celebre e inquieta fra le viaggiatrici, la scrittrice svizzera Ella Maillart, si trasferisce in India alla ricerca della pace interiore. A farle compagnia una splendida gatta tigrata. “Il suo stato civile: Madame Minou Wildhusband, nata Ti- Puss”, recita l’incipit del libro.

E si potrebbe dire che l’intero libro più che all’India è dedicato proprio a lei, Ti-Puss, “quintessenza della felinità”, che “accomuna, nei suoi diversissimi stati d’animo, l’intensità alla bellezza e alla levità”.

Ti-Puss si bagna nel Gange, gioca con i saggi e i maestri più santi che Ella visita, rarissimo privilegio impensabile per un umano, attraversa l’India dall’estremo sud fino al Tibet, visita città, monasteri e monumenti. Ogni tanto scompare, lasciando Ella in una trepidante ansia, per ricomparire magicamente secondo disegni che solo lei conosce. Maillart la osserva con ammirazione e curiosità, e riconosce nel suo modo di vivere una capacità invidiabile di godere della felicità dell’attimo, di realizzare senza alcuno sforzo quella stessa ricerca che lei compie faticosamente per le strade del subcontinente.

Pubblicato prima in inglese nel 1949, poi in francese alcuni anni più tardi, Ti-Puss è considerato un classico senza tempo della letteratura di viaggio, ma soprattutto il libro più bello e commovente mai dedicato a un felino.

 

Ella Maillart (1903-1997), ginevrina, è stata scrittrice, fotografa, velista e sportiva olimpionica. È forse la più illustre viaggiatrice/scrittrice del Novecento: fra i suoi molti libri celebri La via crudele (racconto del viaggio in macchina da Ginevra a Kabul, nel 1939, in compagnia della fotografa e scrittrice Annemarie Schwarzenbach), Oasi proibite e Vagabonda nel Turkestan, tutti pubblicati da EDT.

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A Benares, alcune donne indossano pesanti braccialetti alle caviglie, sopra i piedi tinti con l’henné; a volte s’incrocia un cammello, a volte cavalli bardati. Innumerevoli razze si mescolano nelle strette vie di Kasi – come gli indù chiamano la città: buddhisti del Nepal, del Tibet, della Birmania o di Ceylon, desiderosi di visitare i luoghi dove un tempo il Buddha predicò, folle di indù in pellegrinaggio al Fiume Sacro, usurai a torso nudo con pantaloni a sbuffo e bastone da passeggio. Anche se la sua vera vocazione è un’altra, la città è anche un attivo centro d’affari, dove ogni strada, ogni botteguccia sembrano celare profittatori, trafficanti, intriganti pronti a ingrassarsi alle spalle dei pellegrini, vittime delle loro truffe. È il rovescio della medaglia, il cui diritto è dominato dal Gange.
 

Ogni sera, per montare le zanzariere, la domestica di Ethel porta dei montanti di legno e ogni volta Ti-Puss si lamenta, trema e si allontana strisciando, la coda tra le gambe, come se le si ricordasse la più terribile disgrazia della sua vita.
 

Sulla spiaggia di ciottoli, ai piedi della casa, la gatta grigia fa la conoscenza dell’acqua in tutta la sua immensità e per ore osserva il fiume pallido, cercando di capire a che cosa possa servire. Il fiume vive perché si muove, ma è inafferrabile se vi s’immerge la zampa. Mi bagno in queste acque rinfrescanti, le cui piccole onde azzurre hanno il dorso bruno; mi riposo un istante su una duna di sabbia in mezzo all’acqua, incantata dal silenzio e dall’immensità dell’orizzonte. Perfino un treno si ammanta di bellezza mentre attraversa il ponte lontano di Dufferin. Solo il timore di dover poi cercare troppo a lungo Ti-Puss rompe l’incantesimo.