Senza litigio non c'è democrazia
Prima di tutto occorre chiarire di cosa stiamo parlando quando parliamo di ‘litigio’. Chiarimento tanto più necessario dato che oggi sentiamo così spesso una voce ammonitrice ripeterci che dovremmo di nuovo imparare a litigare, messaggio che alle mie orecchie finisce per suonare ormai vagamente banale. Nella parola litigio pare infatti stupendamente risuonare l’eco di qualcosa che noi tutti amiamo e riteniamo importante. Chi sa litigare, accetta il confronto con chi la pensa diversamente e tiene in alta considerazione la libertà d’opinione.
Come diceva Helmut Schmidt: «Una democrazia in cui non si litiga non è una democrazia». Frase che un importante settimanale di lingua tedesca ha adottato per pubblicizzare la propria rubrica Litigio [Streit] lanciata qualche anno fa. Litigare, così sembra, è qualcosa di positivo, soprattutto quando vengono rispettate alcune regole di comportamento.
Tutto ciò non è sbagliato, tuttavia non coglie davvero la specificità del fenomeno.
Riflettere sul concetto del litigio significa liberarsi dalle illusioni. Un litigio non è mai qualcosa di innocuo. C’è sempre la possibilità di cadere nell’abisso della distruzione. […] Chi fa ‘scoppiare un litigio’ permette che la lite si infiammi e degeneri come «se accendesse una miccia ricavata dai fiammiferi che ha in mano chi gli sta di fronte». Che avvenga tra vicini di casa, in famiglia, nel traffico stradale, durante azioni di protesta o perfino in parlamento, una lite racchiude in sé sempre un potenziale che può degenerare in violenza reale e fisica. Di come e in che modo questo tipo di dinamica venga alla luce proprio nei nostri tempi, parlerò più avanti.
Tenendo presente questo potenziale passibile di escalation, l’uso odierno del termine ‘litigare’ testimonia invece una ‘pacificazione’ crescente all’interno delle società moderne. Esso rivela, volendo essere più precisi, un processo di sensibilizzazione civilizzatrice che cerca di contenere la violenza fisica sostituendola con una serie di negoziazioni verbali. Quando parliamo di un litigio, noi non intendiamo più una lotta armata per la vita o per la morte. Chi litiga non combatte fisicamente, ma a livello verbale, anzi (e qui entrano in gioco le regole di comportamento) nel migliore dei casi combatte in modo corretto, oggettivo e orientato a trovare soluzioni, si tratta quindi di uno scontro sostenuto dalla reciproca comprensione e dalla capacità di cambiare punto di vista.
Detto questo, va tuttavia subito segnalato che ciò comporta un problematico indebolimento, in un duplice senso, del concetto stesso di lite. Chi infatti pensa che sia possibile litigare in modo empatico e comprensivo, non ha ancora veramente capito che cosa sia un litigio. Litigare prima di tutto non ha nulla a che vedere con un cambio di prospettiva, con l’uscire da se stessi. Una persona che comincia a vedere l’oggetto del litigio con gli occhi dell’altro, sta smettendo di litigare per invece incamminarsi già lungo la strada della comprensione reciproca. Per essere più precisi: una persona che cambia punto di vista e sceglie così di avviarsi grazie alla comprensione verso un consenso tra le parti, non sta conducendo un litigio, ma partecipa a un discorso.
Litigare significa opporre il mio modo di vedere le cose a un altro modo di vederle. La premessa è che io ritenga giusta la mia prospettiva e sbagliata, o perlomeno pericolosamente semplicistica, un’altra e che io esprima in tutta chiarezza questo mio pensiero. Per litigare è quindi necessario che io dica in faccia a qualcun altro: io ho ragione e tu no. Senza questo scontro diretto il litigio semplicemente non avverrebbe, al suo posto si svilupperebbe invece un dialogo esplorativo, un discursus, termine latino che tradotto letteralmente significa un "correre qua e là". Il discorso è una forma di pensiero assennato, pensiero pronto a trasformarsi e caratterizzato dalla capacità di abbandonare la posizione iniziale, al limite anche di non possederne una prestabilita. […]
Chi sta litigando non può fin dall’inizio dubitare di sé e del proprio punto di vista, ripetutamente contemplare eventuali posizioni contrarie alla sua o ritenere in segreto che forse l’altro potrebbe avere ragione. La premessa necessaria di un litigio è piuttosto un’immediatezza emozionale, che non permette affatto ai dubbi di emergere. È la carica emozionale ciò che, in un dato momento, mi mette nella condizione di opporre in modo deciso la mia certezza a quella di un altro. Detto altrimenti: ciò di cui ho bisogno per litigare è la necessaria energia aggressiva – intesa nel senso usato nella psicoanalisi, ossia come forza degli affetti che di per sé non è né buona né cattiva, di cui però si ha bisogno per affermare se stessi. Senza aggressività non ci sarebbe nessuna disponibilità allo scontro e anche nessuna capacità di imporsi. Senza aggressività eviterei di impegnarmi in uno confronto duro così come un bambino eviterebbe il tuffo da un trampolino di cinque metri. È semplice: senza aggressività non si può litigare. Anzi, ad essere vero è proprio il contrario: solo grazie all’aggressività un litigio può, in assoluto, scoppiare. Solo quando entra in gioco una carica aggressiva, io mi metto nella condizione di dire in una determinata situazione, per quanto delicata possa essere: «io la penso diversamente!».