#ioriparto: Ben Greenman – Lontano, vicino

Io riparto

#ioriparto: Ben Greenman – Lontano, vicino

Il tempo ha allontanato da me i miei libri. O, viceversa, ha allontanato me dai miei libri.

Loro sono sugli scaffali di casa mia. Quando mi sono trasferito in questa abitazione, quasi cinque anni fa, è lì che li ho messi. Tutti. Ho fatto un timido tentativo di organizzarli per genere: romanzi americani, romanzi inglesi, libri di poesia, libri sugli scrittori e i poeti, libri sulla musica, libri di storia, picture books, libri satirici, copie omaggio. A metà strada ho abbandonato l’impresa, ma comunque loro stavano bene sugli scaffali. Sembravano a loro agio.

I libri erano lì, sullo scaffale, ma si erano allontanati da me. Eppure non si erano mossi: erano archiviati nei loro scaffali. Quindi forse sarebbe più corretto dire che ero io ad essermi allontanato da loro. Io sono spesso in casa, il che significa che sono spesso vicino ai miei libri, ma le cose erano giunte al punto che neppure li vedevo più. Non potrei neanche dire che la cosa mi importasse granché. Immagino che sia quello che succede quando diventi vecchio: i libri recedono nel passato. Li ho immaginati su una zattera, mentre seguivano la corrente verso il mare. Ma invece no: loro erano la spiaggia, ed ero io a essere in mezzo al mare.

Poi è arrivato tutto questo: il presente, la pandemia, la quarantena, il distanziamento dal prossimo, la chiusura delle mura.

Sono stato vicino a mia moglie e ai miei figli per settimane, ogni giorno, ma non ho più interagito con nessun altro: il resto della famiglia, gli amici, i colleghi, gli estranei. Ci sono facce che ho bisogno di vedere e che non vedo più, se non, forse, su dei piccoli schermi. Non si tratta più di una storia bizzarra. Si tratta di una storia angosciosamente familiare.

Quando non puoi restare vicino a una cosa, puoi scegliere fra due strade. Una è di cercare nuove cose a cui stare vicino, l’altra è di tornare vicino alle tue cose vecchie.

Ed è stato il momento in cui mi sono avvicinato ai miei libri.

Ci avevo già provato una volta.

Alcuni anni fa, nei giorni delle elezioni presidenziali americane del 2016, feci un gioco in cui mettevo dei libri uno sopra l’altro fino a creare delle specie di totem in modo che, osservati nell’insieme, potessero mandare dei messaggi. Voleva dire trovare il libro giusto, e quindi doverli passare tutti, tirarli fuori dallo scaffale, rigirarmeli fra le mani.

La prima pila di libri riguardava esplicitamente le elezioni. Le fondamenta erano L’enciclopedia della stupidità di Matthijs van Boxsel, e poi da lì si saliva: Il problema della stupidità di John Fischer, Casa desolata di Dickens, Il brigante di Robert Walser, Non mangerai mai più in questa città di Julia Phillips.

In seguito avrei fatto altre pile di libri per ulteriori occasioni: per udienze di conferma o inchieste pubbliche.

Queste pile di libri erano degli scherzi, ma anche dei tornei medievali, dei modi di piantare una lancia nella realtà e cercare di disarcionarla. Erano dei modi di mostrare di avere un dorso, per dirla con i libri.

Quando è capitato tutto questo, pensai di fare una di queste pile, ma non sono sicuro che sia rimasto un dorso adatto a questi tempi. La realtà ha piantato in me la sua lancia.

Sono andato a letto, in una stanza senza scaffali.

*

Vado a letto. Non per dormire: non dormo più granché. Non sogno veramente perché non dormo veramente. Faccio sogni da dormiveglia. Sogno a occhi aperti, ma gli occhi sono chiusi. Sogno di un fuoco. E nel mio sogno il fuoco legge tutti i miei libri prima che io ci possa riuscire. Lo so che non è accaduto, ma al mattino, quando arriva la luce a ricordarmi (sarcasticamente?) il nuovo giorno, vado davanti allo scaffale e rimango a fissarlo.

Chiudo gli occhi. Immagino di allungare un braccio e di afferrare un libro. Quale? Ciascuno di essi sarebbe come un seme. Pianta un seme, e lui cresce. Piantalo in un terreno che è stato circondato e spaventato da un terremoto e lui crescerà con un vigore, una ferocia e un’urgenza che è già quasi disperazione.

Così potrei cominciare con Il rombo di Günter Grass. Sono passati degli anni da quando l’ho letto e almeno un anno da quando ho tentato di rileggerlo, fallendo in un modo spettacolare. Ma lì dentro c’è una riga che mi ronza per la testa fin dal 1990 circa: “Tutto sembra normale per iscritto”. Credo che si riferisse al fatto che la dominazione maschile nella storia sia stata il risultato di un controllo della stampa. Ma oggi potrebbe riferirsi all’effetto ottundente dei notiziari: morto uomo anziano, morto giovane uomo, giovane donna malata, donna anziana più grave.

Oppure potrei cominciare dalle poesie complete di e.e. cummings. Mi piace la stilettata che sferra a Louis Untermeyer per vendicarsi del fatto che Untermeyer avesse inserito se stesso (ed escluso cummings) da un’antologia di poesia moderna:

Non rimpiangeremo il signor u,
che facendo l’antologista
tenne i pochi e gettò via i più,
risparmiando il signor u

[ mr u will not be missed
who as an anthologist
sold the many on the few
not excluding mr u
]

Ho pensato spesso a questi versi in un’epoca in cui i leader politici, nel tentativo di convincerci che si preoccupano di tutti noi, sembrano invece intensamente occupati a dialogare e a congratularsi fra loro.

Potrei cominciare con una minuscola raccolta di Emily Dickinson. Della Dickinson ne ho di più complete e di più belle. Ne ho anche una stampata su una carta migliore. Questa è un semplice volume della collana Canterbury Classics che ho preso qualche anno fa. Ma la sua copertina, che riporta autore e titolo all’interno di un labirinto simile alle siepi di Shining, ha qualcosa di chiassoso e al tempo stesso di consolatorio. Trasforma le poesie in una serie di ricchi recinti. Quasi ogni verso mi conduce dove non sono portandomi a vedere dove sono: “Il diritto di perire potrebbe essere considerato | Un diritto indiscusso” – “The right to perish might be thought | An undisputed right”.

Oppure c’è Mary Robison, o Maxine Hong Kingston, o Stanley Elkin, o Fran Ross, o Tarantula di Bob Dylan, o A false Spring di Pat Jordan, o Il gruppo di Mary McCarthy, o Inner City Romance di Guy Colwell, o Don Chisciotte di Kathy Acker, o quello di Cervantes, o un gran librone di Milt Gross che è una combinazione fra antologia e autobiografia e che penso di non avere mai aperto, o una biografia di Ezra Pound scritta da John Tytell che una volta conoscevo praticamente a memoria e di cui non ricordo quasi più nulla. Ciascuno di essi mi aiuta a dare battaglia al mondo così come si presenta in questi giorni.

Con gli occhi ancora chiusi mi allontano dallo scaffale. Il distanziamento. Realizzo che si è trattato di un errore, lo correggo. Più mi avvicino ai libri, più sento la loro energia, non l’energia specifica di un particolare libro, ma l’energia collettiva di tutti loro insieme. La metafora è ancora quella del seme, ma non è un seme che germoglia in una pianta. È una grande banca dei semi, per le parole, per le idee, per i rischi, per le ricompense, le domande, le risposte, tutto.

Ora sono abbastanza vicino da poter allungare una mano e toccare il dorso del libro più prossimo. Non so che libro sia, ma non importa. Toccare un libro è un modo per toccarli tutti. Non ho bisogno di aprire gli occhi. I libri possono passare attraverso i miei occhi chiusi. Non devo preoccuparmi per la loro salvezza: anche se il fuoco li leggesse tutti prima di me, loro sarebbero ancora qui. E non devo preoccuparmi per me stesso. Riconnettersi con un libro è un modo per riconnettersi con tutti. Loro sono nella mia mente, in frammenti, lungo dei filamenti, e questo è quanto basta. È così che io riparto, è così che ripartirò sempre, con memorie smozzicate di volumi toccati una volta. Questo tempo, questo strano, triste tempo, mi sta riportando verso i mei libri, e loro verso di me. In uno strano modo, dovrei dire che gli sono grato.

Ben Greenman

Ben Greenman collabora con il “New York Times” e il “New Yorker”. Ha pubblicato diversi saggi, romanzi e libri di racconti, fra cui The Slippage (2013), Superbad (Superpessimo, Baldini Castoldi & Dalai, 2006), Please step back (Fatti da parte, Indiana, 2012) e Don Quixotic (2017). Ha collaborato con Questlove dei Roots al volume Mo’ Meta Blues: The World According to Questlove e Something to Food About, e con George Clinton dei Parliament-Funkadelic e Brian Wilson dei Beach Boys per le loro autobiografie – La mia vita funkadelica (Sur 2017) e I Am Brian Wilson. Suoi racconti e articoli sono comparsi su numerosi giornali e riviste in tutto il mondo, dalla “Paris Review” a “McSweeney’s”, e in numerose antologie. Per EDT ha pubblicato
Purple Life. Genio, funk, sesso ed enigma nella musica di Prince (2018).

 

#ioriparto

È difficile sapere che cosa i giorni strani e durissimi della quarantena hanno depositato dentro di noi, ma prima o poi dovremo riprendere il controllo delle nostre vite, e non sarà facile. È così che in EDT abbiamo pensato di dedicare uno spazio all’idea di ripartenza. Abbiamo chiesto agli autori e agli amici della casa editrice uno spunto che possa essere di ispirazione in questo complicato frangente. Sono voci da tutto il mondo e ci proporranno un concetto, un ricordo, un libro, un brano musicale: il loro punto di ripartenza personale, una fonte a cui attingere l’energia di cui ora avremo bisogno, all'insegna del motto #ioriparto.